Il dubbio di Galileo

Se a 450 anni dalla sua nascita Galileo Galilei avesse la possibilità di raccontarsi davanti alla giuria, quali parole userebbe? Non ti scervellare, ci abbiamo già pensato noi!


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Quando inavvertitamente urtiamo un oggetto posto su un tavolo causandone la caduta, pensiamo forse che il motivo per cui si avventura nella sua discesa sia il fatto che ritorna al suo elemento madre?
Non penso proprio.

Quando dimentichiamo il sugo sul fuoco lasciandolo bruciare, crediamo che un demone maligno ci stia facendo dei dispetti?
Macché!

La verità è che, dopo secoli di misticismo e credenze creazionistiche, la nostra società ha finalmente raggiunto la sua “era scientifica”. Devo però mettere subito un freno alla crescente fantasia: con questo non voglio di certo affermare che affacciandovi dalla finestra vedrete sfrecciare macchine volanti o che, uscendo di casa, potrete acquistare il vostro biglietto per le stelle. Spiacente. Ma, di sicuro, non si esagera quando si afferma che la scienza è entrata a far parte a pieno della nostra vita quotidiana. Infatti, indipendentemente dal rendimento scolastico dei giovani studenti, o dal diffuso tentennamento tra gli adulti, la scienza ha sostituito il ruolo di “forza maggiore” nello spiegare il susseguirsi degli eventi che caratterizzano la realtà. Ma come ha avuto inizio questo processo? Inutile nasconderlo: a quasi cinque secoli dalla sua ideazione, il metodo scientifico è diventato il modus operandi della società moderna.

«Egli (l’Universo) è scritto in lingua matematica e i caratteri sono triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parole; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto.»

Così, Galileo Galilei descrive l’universo ne ‘Il Saggiatore’, offrendoci una delle più importanti verità della scienza moderna: un’assoluta simbiosi tra realtà e matematica. Ma come può un vecchietto che compie quest’anno quattrocentocinquanta anni mandarci ancora a scuola? Egli fu, senza dubbio, uno dei personaggi più importanti per la nascita del pensiero scientifico, elevando la sua fama a quella di Newton e Einstein. Ora però non voglio annoiare il Lettore riproponendo la descrizione del Galilei tramandatoci dalla tradizione, bensì cercare di far luce su un personaggio la cui storia è ricca di chiaroscuri, per poi lasciare al Lettore il responso finale: la mia volontà infatti, è quella di ricreare una sorta di processo al vecchietto pisano.


«Signori della Giuria (voi Lettori) — iniziò a parlare il dottor Sarti —, sono il dottor Sarti, avvocato e amico dell’imputato. Ho avuto la fortuna di essere suo allievo in giovane età e mi trovo qui oggi per far luce sulla storia di colui che è stato per molti anni il mio maestro. Proprio per questo, ritengo che la persona più consona a questo racconto non può che essere il signor Galilei! Chiamo quindi a testimoniare Galileo Galilei, ricordando alla Giuria che parla sotto giuramento: ha giurato sulla scienza!».

«Salve a tutti — affermò con decisione —, il mio nome è Galileo Galilei. Sono nato il 1564 a Pisa e dopo aver lasciato gli studi di medicina, mi sono dedicato alle scienze matematiche, ma penso che questo già lo sappiate, quindi non indugio oltre. Dopo essermi trasferito a Firenze, ho dapprima ottenuto una cattedra all’Università di Firenze, poi un posto di rilievo presso la corte dei Medici. Sul merito di tale posizione ci sono diverse opinioni al riguardo dunque esporrò oggettivamente i fatti e lascerò a voi le opinioni.
In quel periodo l’Olanda stava esportando un nuovo prodotto di sua invenzione, dalle incredibili applicazioni sia in campo scientifico, il motivo per cui me ne sono interessato, sia in campo bellico, il motivo per cui se ne sono interessati i Medici. Penso che voi chiamiate questo oggetto cannocchiale. Ne sono venuto in possesso prima che cominciasse ad essere venduto nel mercato di Firenze, dunque ho avuto il tempo di studiarlo e, grazie alle mie conoscenze nel campo dell’ottica, a potenziarlo. Intravedendone una possibilità di guadagno, ho mostrato l’oggetto a Cosimo II, descrivendolo come una mia invenzione e vendendola alla casata dei Medici, alla quale ho dedicato le mie prime scoperte in ambito scientifico. Dato che sono sotto giuramento, devo aggiungere che ho venduto l’invenzione in modo da assicurarmi un guadagno, sono uno scienziato, mica uno stupido! Ma andiamo avanti.
Ottenuta la sicurezza economica, ho finalmente avuto il tempo e il denaro necessari ai miei studi, intraprendendo una carriera molto produttiva. Dopo aver nuovamente potenziato il cannocchiale, mi sono dedicato attivamente alle osservazioni astronomiche, riuscendo a dimostrare le teorie copernicane. Sebbene io fossi un devoto credente, desideroso di separare la fede dalla scienza, fui accusato dal Sant’Uffizio. I molteplici tentativi di mostrare alla Chiesa le mie scoperte fallirono miseramente e non fu di aiuto neppure l’amicizia del neoeletto papa Urbano VIII. Così, quando ormai era sopraggiunta la vecchiaia fui convocato a Roma dal Sant’Uffizio.
Non parlerò delle torture, perché quello che fecero a me, non fu nulla rispetto a quello che vedevo fare ad altri. Si può dire che la mia età fu la mia salvezza, ma anche la mia debolezza, perché nei giorni successivi seguì l’abiura. So che oggi si dice che uscii affermando “Eppur si muove!”, ma sono solo leggende. Ero troppo malato e codardo.
I pochi anni che mi separavano dalla morte li trascorsi ad Arcetri, in una sorta di arresti domiciliari, con la sola compagnia di mia figlia. Nonostante il sopraggiungere della mia cecità, sono riuscito a scrivere il mio ultimo libro, ‘Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze‘, stampato in clandestinità in Olanda, grazie all’aiuto di amici.
Signori della Giuria, la mia è stata una vita all’insegna della scienza, volevo che la sua capacità di descrivere il mondo con tanta precisione e semplicità arrivasse a tutti. Volevo che il dubbio e la curiosità diventassero il modus operandi della scoperta, e avrei voluto che la Chiesa, al suo tempo, capisse che non vi era alcun conflitto tra lei e la materia da me tanto amata. Ho vissuto per la scienza e, sempre per lei, non trovavo la forza di morire. Non voglio trovare delle scuse per le mie decisioni, anche perché non voglio che si creda che io sia stato un uomo perfetto. Mai! Sono stato un ottimo scienziato, ma un pessimo padre, nonché un uomo affamato di successo e di denaro. Ci sono persino degli episodi che mettono in dubbio la mia reputazione da scienziato, come il mio cieco rinnegare le orbite ellittiche del copernicano Keplero. Insomma, trovo arduo pensare che si possano seguire le mie orme. »


Beato quel popolo che non ha bisogno d’eroi.((Bertold Brecht, ‘Vita di Galileo))

A questo punto il giudizio va a te Lettore. Ma prima di lasciarti vorrei spiegarti il motivo di questa mia scelta: quella di oscurare, apparentemente, la figura di Galilei. La tradizione, raramente ci tramanda personaggi caratterizzati da una storia al chiaroscuro, essa rimane spesso o tutta nera, o tutta bianca. Ciò, purtroppo, non lascia spazio alla critica, al giudizio o al dubbio.

«Come scienziato, conosco il grande pregio di una soddisfacente filosofia dell’ignoranza, e so che una tale filosofia rende possibile il progresso, frutto della libertà di pensiero. […] Se non siamo sicuri, e lo sappiamo, abbiamo una chance di migliorare la situazione.» ((Richard P. Feynman, ‘Il senso delle cose’)).

Pubblicato da Matteo Barbetti

Nato e cresciuto in Umbria, vive e studia a Firenze dove l’amore per la divulgazione scientifica l’ha portato a dedicarsi a Fisica. Nutre una vera e propria passione per l’antimateria e confida di riuscire ad assistere alla resa dei conti tra la visione di Dirac e quella di Majorana.