Bombo(clat) e la leggenda del calabrone

Conoscete la leggenda del volo del calabrone? Oggi ne parliamo e scopriamo perché in realtà non c'è nulla di leggendario, ma molto di affascinante.


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Oggi cominciamo così, alla Jamaicana. Perché?

Perché oggi parleremo del bombo, o meglio del calabrone dato che sono stati scambiati nel corso del tempo e, ovviamente, perché bomboclat in jamaicano significa “Mamma mia!”. Ed è questa la reazione che ho avuto quando ho letto per la prima volta di questa storia.

Ne avrai sicuramente sentito parlare, e se così non fosse tranquillo, c’è qui Raffaele a tenerti la mano e a rimboccarti le coperte.

Ora che sei rannicchiato come un feto in placenta, ascolta:

Si narra che il calabrone non possa volare a causa della forma e del peso del proprio corpo relativamente alla superficie alare. Ma il calabrone non lo sa, e perciò continua a volare.

E tu penserai, sorseggiando del thè: “Ma quale villico potrebbe pensare una fandonia simile!” e io ti risponderei che purtroppo (o per fortuna, il mondo è bello perché è vario, vero? Vero?) c’è gente che ancora crede a questa leggenda metropolitana.

La leggenda del calabrone

Nasce tutto, secondo McMastes, da un professore svizzero dell’università di Göttingen (non mi chiedete dove sia perfavore). Durante una cena, discutendo con un collega decide di calcolare le condizioni di volo necessarie per un calabrone (in realtà di un bombo come abbiamo già detto) per poi scoprire che secondo la fisica (e qui sarebbe meglio dire secondo i suoi calcoli) il fatto sia innaturale. Il calabrone (bombo) non potrebbe volare. Eppure lo fa. E da qui un susseguirsi di leggende, calci e schiaffi alla scienza che non può e non sa spiegare il perché delle cose ecc ecc ecc.

Passano gli anni, gli strumenti si evolvono e la leggenda, travisata e più pompata che mai, persiste. Finalmente arriva il 1990 con le sue riprese ad alta velocità e i microscopi ad alta definizione. La verità, celata dalla distanza, risiedeva proprio nelle ali di questi fantastici insetti: l’errore è stato nel considerare le ali lisce e il movimento verticale.

Vuoti d’aria

Le prime immagini al microscopio hanno mostrato come sulle ali del bombo fossero presenti delle micro increspature,  sfuggite persino ai microscopi del passato. Queste, unite alla velocità alla quale vengono sbattute nell’aria (che supera di cinque volte quella del colibrì) permettono di creare dei piccoli vortici, dei vuoti d’aria attorno al nucleo centrale. In questo modo possono aumentare la portanza (la forza che li tiene in volo) molto di più di quanto potrebbero fare se le ali fossero lisce, ovvero come erano state considerate all’inizio della leggenda. Ma non è tutto.

Come gli elicotteri

Il moto delle ali di questi insetti infatti, a differenza di quello degli uccelli, assomiglia molto più a quello delle pale di un elicottero che delle ali di un aereo. Il moto delle ali del calabrone non è verticale: esse ruotano attorno ad un asse (provate a leggerlo ad alta voce!) tracciando degli otto. I vortici creati da questi movimenti provocano un’accelerazione dell’aria sulla superficie superiore dell’ala maggiore rispetto a quella inferiore, creando un differenza di pressione che genera portanza (una conseguenza  diretta dell’effetto di Bernoulli, ne abbiamo parlato anche qui).

Per avere un’idea di quello che succede puoi guardare qui:

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Il calabrone vola perché è un fico: fa delle cose che nessuno neanche immaginava, abbiamo impiegato decenni per spiegare il perché.
E la scienza non può rispondere a tutto, ma più passa il tempo e più ha strumenti per farlo (indizio: onde gravitazionali).

Quindi perfavore, la prossima volta che incontri un bombo, inchinati.
E poi scappa che magari ti punge.

Pubblicato da Raffaele Farinaro

Se il blog esiste è solo colpa sua. Mezzo campano e mezzo abruzzese ha la fissa per gli ologrammi, la divulgazione scientifica e Iron Man. E la pizza.