A tutti noi, abitanti di questo pallido puntino blu

Prima d'altro dobbiamo convincerci d'un fatto: siamo essere limitati nello spazio e nel tempo, e le cose del mondo, grandi o piccole che siano, ne sono testimonianza. Ma ciò non è bastato, nè mai basterà ad arginare il desiderio di conoscere e così, pur nella finitezza, di sfiorare l'infinito.


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Concedetevi qualche minuto di pausa dallo stress quotidiano: prometto che sarà ben speso.

La fotografia in copertina è stata scattata (tra il 14 febbraio e il 6 giugno del 1990) dalla sonda Voyager 1, oltre l’orbita di Plutone, quando una creazione umana raggiunse per la prima volta i confini del sistema solare, (parliamo di 6 miliardi di Km di distanza).

Una fotografia nella quale “The Pale Blue Dot“, il pallido, minuscolo pixel luminoso sullo schermo del vostro PC, è la nostra TERRA.

Ritengo, prima di discutere i risvolti scientifici e tecnologici di questa spedizione spaziale, che vi sia un’altra cosa, ben più emozionante, ad esser degna d’attenzione.

La mia riflessione parte da un presupposto innegabile: siamo esseri limitati nello spazio e nel tempo, almeno nella forma (l’unica!) di cui abbiamo coscienza.

Lo siamo sempre stati e, seppur lo affermi con beneficio d’ inventario, continueremo ad esserlo finché affolleremo questo universo: è un limite che accomuna ogni essere vivente, in tutta la sua drammatica finitezza.

Alla limitatezza, come comun denominatore di noi omini rosa, si contrappone il desiderio di conoscenza che, sin dagli albori, ci ha distinti da qualunque altra forma di materia aggregata ad oggi nota .

Convincetevi! siamo una rarità statistica nel cosmo con la stravolgente capacità di anelare all’infinito: come spiegare, altrimenti, il fatto che un uomo di medie dimensioni (75Kg per 1,70m) , con un’aspettativa di vita media di 80 anni, possa concepire (in forma concettuale, prima) e fare esperienza (attraverso complessi strumenti di misura, poi) delle realtà infinitamente grandi come i tempi astronomici, ed infinitamente piccole come una lunghezza di Planck?

E’ il desiderio che aguzza la mente, in ogni sua possibilità.

E’ il desiderio di conoscenza che spinse Giacomo Leopardi a mirar la luna nel cielo stellato dei colli recanatesi, perché facesse luce sui misteri de”l’umano stato” , e scrivere alcune tra le pagine più ricche di significato mai concepite nella cultura occidentale:

leopardi 1

“[..]Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perchè delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l’ardore, e che procacci
Il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.[..]” ((Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, G. Leopardi))

Cos’altro, se non il desiderio, spinse i pensatori dell’antica Grecia a guardare in alto, circa tre millenni prima del giovane poeta, e bramare quegli astri che, in tal caso, seppero comprendere con ingegno e precisione?

A dir vostro, che cosa, se non il desiderio di conoscere, ha permesso all’uomo di violare il cielo, e raggiungere quel corpo celeste che tanti illustri pensatori scrutarono (la luna), superarlo con strumenti artificiali e, nel 1990, varcare le soglie del sistema solare ?

Avessero potuto assistere, Anassimandro o i Pitagorici, al raggiungimento dell’agognata meta celeste, di certo riscuoterebbero la giusta ricompensa!

Il desiderio di conoscere, oltre ad esser filo conduttore di questa riflessione, è l’arma che l’uomo ha per perpetuare se stesso e vincere la finitezza che lo incatena. Foderando, poi, il tessuto del desiderio con una struttura rigorosa, di stampo logico-matematico, si ottiene uno tra i prodotti più raffinati della mente umana: la fisica.

Ma questa è un’altra storia, altrettanto gravida di conseguenze, di cui avremo modo di chiacchierare la prossima volta, se ci sarà.

Avendo appena citato la regina delle scienze esatte,  mi sembra gesto dovuto lasciare il testimone a Carl Sagan, uno dei più famosi astrofisici del XX secolo, il quale dopo aver visto la foto del Pale Blue Dot, ha lasciato una pagina scritta, tra le più intense di quelle che ha prodotto nella sua vita.

Merita di essere letta.

Da questo distante punto di osservazione, la Terra può non sembrare di particolare interesse. Ma per noi, è diverso. Guardate ancora quel puntino. È qui. È casa. È noi. Su di esso, tutti coloro che amate, tutti coloro che conoscete, tutti coloro di cui avete mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito, hanno vissuto la propria vita. L’insieme delle nostre gioie e dolori, migliaia di religioni, ideologie e dottrine economiche, così sicure di sé, ogni cacciatore e raccoglitore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e plebeo, ogni giovane coppia innamorata, ogni madre e padre, figlio speranzoso, inventore ed esploratore, ogni predicatore di moralità, ogni politico corrotto, ogni “superstar”, ogni “comandante supremo”, ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie è vissuto lì, su un minuscolo granello di polvere sospeso in un raggio di sole. La Terra è un piccolissimo palco in una vasta arena cosmica. Pensate ai fiumi di sangue versati da tutti quei generali e imperatori affinché, nella gloria e nel trionfo, potessero diventare per un momento padroni di una frazione di un puntino. Pensate alle crudeltà senza fine inflitte dagli abitanti di un angolo di questo pixel agli abitanti scarsamente distinguibili di qualche altro angolo, quanto frequenti le incomprensioni, quanto smaniosi di uccidersi a vicenda, quanto fervente il loro odio. Le nostre ostentazioni, la nostra immaginaria autostima, l’illusione che noi si abbia una qualche posizione privilegiata nell’Universo, sono messe in discussione da questo punto di luce pallida. Il nostro pianeta è un granellino solitario nel grande, avvolgente buio cosmico. Nella nostra oscurità, in tutta questa vastità, non c’è alcuna indicazione che possa giungere aiuto da qualche altra parte per salvarci da noi stessi. La Terra è l’unico mondo conosciuto che possa ospitare la vita. Non c’è altro posto, per lo meno nel futuro prossimo, dove la nostra specie possa migrare. Visitare, sì. Colonizzare, non ancora. Che ci piaccia o meno, per il momento la Terra è il luogo, è “il dove” ci possiamo giocare tutte le nostre carte. È stato detto che l’astronomia è un’esperienza di umiltà e che forma il carattere. Non c’è forse migliore dimostrazione della follia delle vanità umane che questa distante immagine del nostro minuscolo mondo. Per me, sottolinea la nostra responsabilità di occuparci più gentilmente l’uno dell’altro, e di preservare e proteggere il pallido punto blu, l’unica nostra dimora possibile che abbiamo mai conosciuto. L’unica casa.

Pubblicato da Umberto Rubino

Ritiene che la scienza, tutto sommato, sia un gioco assai elegante al quale prendere parte. Lo aiuta a mettere ordine dentro e fuori, a rimanere costantemente meravigliato dalle cose del mondo, ma soprattutto a sapersi scemo e così a prendere meno sul serio la vita, che non fa mai male.

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