La matematica è cieca

Un'interessante studio mette al confronto il cervello di alcuni soggetti normovedenti con quello di ciechi dalla nascita. I risultati che saltano fuori dall'analisi dell'attività celebrale che avviene durante un esercizio matematico sono sorprendenti.


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Un giorno Matthew Michael “Matt” Murdock vede un cieco anziano che sta per essere investito da un camion. Nel salvarlo si fa una lavata di faccia nelle sostanze radioattive trasportate nel carico. Matt diventa cieco, ma si accorge ben presto che i suoi sensi rimanenti si sono sviluppati, in particolare il suo “senso radar” che, grazie al suo udito finissimo, gli permette di “percepire” il mondo che lo circonda attraverso delle “ombre” in modo da sostituire la vista che ha perduto. Decide quindi di indossare un costume con delle strane corna e combattere il crimine di Hell’s Kitchen diventando, per gli amici, DareDevil.

Matt è fortunato perché è nato nell’universo MARVEL.

Dalle nostre parti, la cecità non è mai stata così bella. Eppure lo studio pubblicato da un gruppo di ricercatori della Johns Hopkins University di Baltimora ci mostra come un qualche superpotere dovuto alla cecità forse esiste davvero.

L’articolo, pubblicato per PNAS, racconta dell’esperimento che ha visto coinvolti 36 volontari, di cui 17 ciechi dalla nascita e 19 normovedenti bendati. Ai volontari sono stati proposte diverse equazioni (ad esempio 27-12 = x oppure 7 – 2 = x) via via più difficili assieme ad una serie di comprensioni testuali e la loro attività cerebrale è stata misurata tramite la tecnica della fMRI, ovvero la risonanza magnetica funzionale.

In breve quello che si fa è misurare il flusso sanguigno delle diverse zone del cervello sfruttando un campo magnetico: l’emoglobina nel nostro sangue è infatti paramagnetica quando non ossigenata e diamagnetica nel caso opposto, ovvero una volta è attratta e l’altra respinta da un magnete. Tramite un apposito scanner è possibile quindi misurare le variazioni della suscettività magnetica per avere informazioni indirette sulla quantità di sangue in un determinato punto. E’ possibile in questo modo tracciare l’attività della diverse aree del cervello umano.

Come ci si aspettava, in entrambi i gruppi di volontari il circuito cerebrale implicato nel ragionamento matematico (il solco intraparietale della corteccia) si è attivato, preferibilmente e proporzionalmente alla difficoltà, durante la risoluzione delle equazioni.

Ma i risultati incredibili sono bel altri: nel risolvere le equazioni matematiche, per i non vedenti dalla nascita è stata misurata un’attività insolita di una zona del cervello, vicina alla corteccia visiva principale, che normalmente è utilizzata per elaborare i dati della vista.

In grigio

In grigio la corteccia visiva principale.

Inoltre, le aree della corteccia visiva hanno mostrato una connettività funzionale con la regione parietale e frontale (quindi uno scambio di informazioni e dati) che aumenta durante il “compito” matematico. I ricercatori suggeriscono che la nostra conoscenza dei numeri si sviluppi indipendentemente dalla nostra esperienza visiva: nei non vedenti la parte “matematica” del cervello colonizza indipendentemente quella preposta all’esperienza visiva, aumentando le “risorse hardware” a disposizione. Questo è reso possibile dall’estrema flessibilità della corteccia umana, soprattutto in età infantile (per questo il discorso è valido con i ciechi dalla nascita).

Come per il maiale, del cervello non si butta via niente.

Un incredibile esempio delle assurde capacità dell’uomo di adattarsi alle situazioni e delle potenzialità nel nostro cervello di cui sappiamo davvero ben poco.

Quindi no, nessun “senso radar” ma un po’ di cervello in più per fare i calcoli. Pare che oltre all’amore anche la matematica sia cieca.

Pubblicato da Raffaele Farinaro

Se il blog esiste è solo colpa sua. Mezzo campano e mezzo abruzzese ha la fissa per gli ologrammi, la divulgazione scientifica e Iron Man. E la pizza.